Riceviamo e pubblichiamo questa lettera sulla disavventura accaduta a una nostra lettrice, volta a smentire il pregiudizio che tutto ciò che è del nostro territorio, specialmente nella sanità pubblica, è di scadente qualità, al contrario delle regioni settentrionali, dove (dicono) ‘tutto è buono’.
Dopo una piacevolissima vacanza dai miei parenti, in una nota località turistica della litoranea, sono dovuta ripartire con la mia famiglia per l’Olanda, dove la scuola presso cui insegno riaprirà fra qualche giorno. Il viaggio lungo l’autostrada è stato turbato da un dolorosissimi mal di denti, tanto che abbiamo dovuto imboccare lo svincolo di Saronno in cerca di una guardia medica. Ubicata in una villetta nella periferia del paese, quest’ultima ospitava diversi uffici della sanità pubblica, in una sorta di labirinto con poche indicazioni sommarie e senza soprattutto un addetto alla reception che potesse fornire le opportune informazioni. In un modo o nell’altro, mentre mio marito mi aspettava fuori in macchina piena di bagagli, sono riuscita a giungere a destinazione: una saletta con un paio di porte. Una era aperta e all’interno si intravedeva un medico che visitava e l’altra era chiusa. Con molta discrezione, ho bussato a quest’ultima, venendo subito presa a male parole da chi era dentro: ‘Ma insomma, non capite che stiamo visitando?’. Ovviamente mi sono astenuta dal rispondere che non ero dotata della vista a raggi X. Ma tant’è! Uscito il paziente, dopo aver chiesto il permesso, sono entrata, accolta in un modo che definire gelido è dir poco. Ostile é la parola giusta. Mi hanno chiesto quale fosse il problema e, nel contempo, di esibire la tessera sanitaria. Ignorando la descrizione della città natale, Taranto, si sono soffermati sulla sigla di appartenenza, cioè Ta, ‘Lei è di Trapani, allora, siciliana?’. E giù, (più che altro per rovesciarmi il loro razzismo) battute di cattivo gusto sul meridione. Ho invitato a leggere meglio il documento, dove era indicata la mia città, ma è cambiato poco nel loro comportamento. Ho chiesto di prescrivermi degli antibiotici, ma loro hanno ribattuto che non ero certo io a dir loro cosa fare. ‘Lei non è mica un medico!’, ha detto uno dei due, urlandomi contro. Sembrava di stare sul set di un noto film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Dal canto mio, ho cercato di far valere le mie competenze in biologia, materia che insegno assieme alla chimica. Ma niente riusciva a farmi ottenere un po’ di rispetto. Continuavano a trattarmi da troglodita e mi urlavano contro come se io fossi colpevole di chissà cosa. Ho risposto loro che non potevano trattarmi così alle mie richieste di aiuto, che non era giusto. E questi hanno ribattuto: ‘Lei sta urlando ,non noi!!! Lei viene qui piena di arroganza, ma noi siamo i medici! Ma almeno lei, che vive in Olanda, paga le tasse per avere l’assistenza? Al che ho risposto che era ovvio. E via con altre battutacce, minacciando: ‘Se non la finisce se ne va al pronto soccorso!’. Dopo aver cercato di controbattere, ho ritenuto che fosse meglio far silenzio, pensando soprattutto a non lasciarmi sopraffare dal mal di denti. Alla fine, mi hanno prescritto i sospirati antibiotici e, dopo avermi ancora umiliato con beffardi riferimenti alla mia terra d’origine, me ne sono andata. Mancava solo che mi chiamassero ‘Terrona!’ E poi noi del Sud siamo i cattivi!
Elena Schinaia
