Il Comune ha scelto: il nuovo Taranto nelle mani del gruppo Ladisa, scartata l’offerta statunitense. Tra mugugni e speranze, si riparte dall’Eccellenza. E’ proprio il caso di dire: chi vivrà vedrà…
Il pallone rossoblù nelle mani dei baresi. C’è da stupirsi? E’ una eresia? Un cazzotto nello stomaco? Oppure è solo e soltanto il segno dei tempi? O, ad esser cattivi, l’ennesimo fallimento dell’imprenditoria tarantina, incapace di salvare prima, durante e dopo il calcio a Taranto (ma non solo…)?
Intanto, la scelta. A Palazzo di Città hanno ritenuto favorire il gruppo Ladisa per quel principio di territorialità che lo stesso presidente della Federcalcio Gravina aveva suggerito nel commentare la vicenda Taranto. Insomma, con tutto il rispetto per David Warren, l’americano concorrente, si è privilegiata la pista regionale. Anche perché, forse qualcuno lo dimentica, i Ladisa su Taranto sono già presenti in alcune attività imprenditoriali (per esempio, nella rete di aziende che opera per le BRT). Tralasciamo la vicinanza politica al presidente della Regione, Michele Emiliano: è vera, ma lasciarsi prendere dal complottismo a tutti i costi non va affatto bene. In fin dei conti, il gruppo Ladisa è solido economicamente e sotto questo punto di vista, dati i trascorsi pallonari da queste parti, bisogna star tranquilli.
Permetteteci però la cattiveria. Noi tarantini spesso ci lamentiamo per ingombranti presenze forestiere nella nostra città: è una verità, non c’è dubbio. Però, di grazia: quanto solida e soprattutto disposta a impegnarsi è la nostra imprenditoria? Negli anni, è facilmente dimostrabile, nello sport in pochissimi si sono cimentati purtroppo rimettendoci patrimoni e spesso anzi spessissimo restando soli. L’elenco è lungo, al netto di errori di gestione. Diciamo la verità, però: quanti appelli prima di un fallimento sono andati a vuoto? Lasciamo perdere, perché la storia è piena di saliscendi e tanti, troppi personaggi sono stati divorati da un ambiente spesso ostile oppure indifferente. Del resto, è nel DNA collaborare poco dalle nostre parti. Piuttosto è preferibile star lì ad aspettare che il mondo crolli e pontificare. E poi: qualche impresa tarantina ha partecipato alla manifestazione d’interesse per acquisire il titolo? Nessuna, e questa è la dimostrazione del grande “coraggio” della nostra imprenditoria…
Il calcio è cambiato. In campo e dietro le quinte. Quante società calcistiche in Italia appartengono a famiglie o imprenditori delle città che rappresentano? Allora, perché scandalizzarsi se Taranto si affida a un gruppo forestiero, in questo caso barese? D’accordo, i Ladisa a Monopoli, una quindicina d’anni fa, conclusero malamente la loro esperienza nel calcio (divergenze con la politica locale): ma può questo precedente sancire una “condanna” a priori? Qui a Taranto ne abbiamo sopportate chissà quante: pensate alla carta di credito ‘oro’ sventolata da tal Leggieri negli anni della ‘triade’ Bitetti-Comegna-Ruta, o andando ancor più a ritroso alle quote societarie scambiate su un tavolo da gioco in quel di Avellino. E ci fermiamo qui.
La sofferenza della tifoseria non dev’essere una leva negativa: la prudenza, sia chiaro, non è mai troppa, ma un po’ di fiducia dev’esserci. I Ladisa sanno perfettamente che Taranto è una piazza esigentissima ma anche troppe volte ingannata. Sanno altrettanto bene che potrebbero godersi l’entusiasmo e la passione dei tarantini. E, soprattutto, tra poco più di un anno potrebbero sfruttare al meglio uno stadio del tutto nuovo. Per cui l’invito a far bene è del tutto ovvio. Con una nota a margine: non ingannino la città, i tarantini se ne accorgerebbero subito. Intanto, benvenuta Unione Sportiva Taranto. Che il pallone rossoblu torni finalmente a rotolare.
