Una breve storia tarantina fatta di cantieri

E come la città cambiò volto rapidamente negli anni Sessanta, non solo per l’industria

I tarantini oggi non possono eludere le numerose domande che sorgono sulla sostenibilità (ambientale ma anche economica, sociale, culturale) delle scelte per il futuro della città. Industria, BRT e impianti sportivi sono alcune delle questioni in bilico per cui non si fa che discutere, nei bar o nelle piazze piene di manifestanti. Non sappiamo bene quale sarà la Taranto del 2036, anche perché certamente la Taranto del 2026 non è quella che avremmo immaginato dieci anni fa. I più pessimisti non immaginavano che un evento grande come quello dei Giochi del Mediterraneo potesse effettivamente realizzarsi qui; i più ottimisti avevano sperato, invano, che potessimo accogliere gli atleti con uno schema di mobilità sostenibile già completamente attivo e funzionante, mentre, come sappiamo, i cantieri continuano a creare numerosi disagi.

Stiamo vivendo una complessa fase di transizione. L’obiettivo politico primario, in questo momento, dovrebbe essere la valorizzazione delle culture esistenti, preservando l’ambiente naturale, con una grande partecipazione democratica dei cittadini. E la cittadinanza, in effetti, si sta muovendo con manifestazioni pacifiche: molto partecipate quelle per le questioni industriali, ma si è discusso anche per il fiume Tara, come per le destinazioni d’uso del comparto 32. Anche se l’affluenza a qualsiasi tipo di votazione è bassa (ma questo, possiamo dire, segue tendenze globali), alcuni temi sono diventati sensibili in misura nettamente maggiore rispetto al passato. Ogni attività umana è cambiata: come produciamo, come ci spostiamo, come consumiamo, come costruiamo. Oggi, per esempio, per un nuovo edificio è necessario superare procedimenti burocratici molto più intricati con valutazioni ambientali e paesaggistiche. La salvaguardia dell’ambiente ha trovato di recente un riconoscimento esplicito anche in Costituzione.

Il decennio più disastroso nella storia dell’urbanizzazione

C’è stato un tempo, tuttavia, in cui la storia ha seguito percorsi molto diversi. Negli anni Sessanta dello scorso secolo prevaleva un’idea di progresso antropocentrica, quasi universalmente condivisa e sostanzialmente inarrestabile. Non sono io, ma lo storico Eric Hobsbawm, a scrivere che «le periferie delle città si riempirono di squallidi palazzoni pieni di appartamenti, che faranno passare alla storia gli anni ’60 come il decennio più disastroso nella storia dell’urbanizzazione».

A Taranto la costruzione del siderurgico amplificò la febbre edilizia di quegli anni. Il secondo dopoguerra era stato difficile per la città ionica, che dalla fine dell’Ottocento aveva legato il proprio sviluppo all’industria bellica e all’Arsenale della Regia Marina. Grazie alla vocazione militare assegnatale dallo Stato, prima liberale e poi fascista, Taranto era cresciuta per abitanti, ricchezza e peso strategico: dal 1923 i tarantini si erano potuti fregiare del titolo di capoluogo di provincia, avevano avuto un maestoso Palazzo del Governo e si erano arricchiti più del resto del Meridione grazie alle logiche imperialiste di quegli anni. Nel dopoguerra, con i dipendenti dell’Arsenale scesi da circa 13.000 nel 1945 a 6.000 nel 1960, si ritrovavano in ginocchio. Il grande intervento statale del siderurgico riempì di nuovo le tasche di molti tarantini.

Cominciò allora una corsa a costruire che avrebbe cambiato per sempre la forma della città. Tra il 1956 e il 1963 si costruirono oltre 70.000 vani; nel solo 1962 furono quasi il triplo del 1955, mentre la popolazione superava i 200.000 abitanti. Era un ritmo che il piano regolatore, forse già vecchio come impostazione al momento dell’approvazione nel 1954, non era in grado di governare, tanto da essere oggetto di continue varianti. Nel Borgo le palazzine di due o tre piani lasciarono il posto a edifici molto più alti: il caso politico del «grattacielo» del lungomare, costruito nel 1955, non rimase isolato.

La logica del costruttore

Poi, soprattutto, sorsero interi quartieri oltre quel viale Magna Grecia che avrebbe dovuto segnare il limite della città. È il caso del quartiere CEP, case popolari inizialmente prive di molti servizi essenziali sorte nel cuore della salina piccola, che il piano Calza-Bini aveva invece riservato a pochi grandi edifici pubblici, con la particolare vocazione sportiva che quel territorio non ha mai perso e che abbiamo fortemente riscoperto di recente. Avviato alla fine del 1957, il progetto della Salinella (che, giusto a proposito, per anni ha prestato il suo nome allo stadio) prese forma sotto la giunta guidata da Angelo Monfredi, esponente di spicco della politica del tempo, tra i fondatori della Democrazia Cristiana ionica. Proprio quell’area fu al centro di polemiche che coinvolsero lo stesso Monfredi, con accuse di speculazione sui terreni a suo carico, che lui respinse con decisione.

Fu ancora lui, da sindaco, a salutare la posa della prima pietra del siderurgico, il 9 luglio 1960, come «una svolta decisiva nella vita economica di Taranto», oltre ad avviare numerosi altri cantieri in città. Di quella stagione Monfredi conservò un ricordo positivo tanto che, nel 1966, divenuto presidente della Camera di Commercio, rimpiangeva «quel meraviglioso sorprendente rigoglio edilizio» degli anni dal 1960 al 1963. Il valore dei suoli aumentava e tra il 1961 e il 1971 la rendita sui terreni urbanizzati valse 60-70 miliardi di lire, più o meno quanto tutti i salari pagati dal siderurgico negli stessi anni. Del resto, Hobsbawm notava che un po’ ovunque «un solo terreno edificabile poteva trasformare un uomo comune in un miliardario quasi senza alcun costo».

Con la stessa logica edilizia degli anni del boom Monfredi avrebbe voluto intervenire sulla città vecchia, che in epoca fascista aveva già subito gli sventramenti della parte bassa, nel pittaggio Turripenne. Quel progetto di risanamento, per fortuna, non fu mai completato, e il resto dell’isola conservò le sue caratteristiche storiche. L’idea era in qualche modo completare l’opera, immaginando piazze, parcheggi e nuove costruzioni in altezza, e salvando solo il Castello, il tempio dorico, la cattedrale e pochi altri monumenti. Ma «Manhattan» forse non poteva essere il modello per la nostra città vecchia. Anche in quel caso la storia andò diversamente e in particolare la mobilitazione di intellettuali e cittadini portò all’approvazione del piano Blandino, che puntava sul restauro e sul recupero degli edifici esistenti. Tuttavia, come in tante storie tarantine, anche quel piano si è poi arrestato negli anni con il nodo della città vecchia ancora irrisolto.

Quale futuro?

Come irrisolto resta il nodo dell’espansione della città verso le campagne. Il piano regolatore del 1954 prevedeva che entro il 1980 Taranto avrebbe superato i 400.000 abitanti. Forse anche su questa spinta monsignor Guglielmo Motolese promosse la costruzione di nuove chiese nelle periferie, con l’idea che la parrocchia dovesse arrivare prima ancora del quartiere, anche partendo da un garage o da un capannone, fino all’apice della Concattedrale di Giò Ponti. In realtà la popolazione non ha mai toccato quelle cifre e oggi le statistiche mostrano un calo costante: escludendo Statte, divenuta comune autonomo nel 1993, si è passati dai circa 233.000 abitanti del 1981 agli attuali poco meno di 190.000. La domanda che resta aperta, alla fine, è: se le loro previsioni sul futuro della città erano sbagliate, come facciamo noi ora a non sbagliare di nuovo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *