Una mattina di nebbia cancella lo stabilimento e genera suggestioni…
La suggestione viene da una mattinata di nebbia “padana”. Dalla sommità del Ponte Punta Penna la città appare avvolta in una nuvola finita improvvidamente fuori rotta. Ma quello che sconvolge di più il paesaggio è che, al di là del Mar Piccolo, non c’è più la fabbrica. La zona industriale è avvolta in una nebbia talmente fitta che non si vede. Niente più ciminiere, niente più capannoni, niente più altiforni. Niente di niente. E sotto quella nebbia uno può immaginare ciò che vuole. Per esempio, può immaginare che lì sotto ci siano ancora gli uliveti secolari devastati dalle ruspe sessant’anni fa e che il rione Tamburi sia ancora, com’era allora, la zona più salubre dell’intera città.
Bello, eh? O, perlomeno, è quello che tanti tarantini sognano da anni. Svegliarsi una mattina e scoprire che la fabbrica, semplicemente, non c’è più, con il suo carico di inquinamento e problemi irrisolti.
Già.
Ma, immediatamente dopo, l’immaginazione si sposta e si domanda: ma se davvero domani mattina ci svegliassimo per scoprire che l’Ilva non c’è più, saremmo pronti a reagire?
Facciamo un attimo il punto della situazione.
Siamo una città nella quale la raccolta differenziata si ferma sotto il 25% (dati 2023 dal catasto rifiuti dell’ISPRA).
Una città che dal 2019 ad oggi ha perso il 3,56% della popolazione residente, contro l’1,47% nazionale (elaborazione su dati Istat).
Una città nella quale solo il 26,73% della popolazione ha meno di trent’anni (era il 28,55% nel 2019), contro il 27,11% nazionale.
Una città nella quale le poche sedi universitarie sono spesso in condizioni penose di manutenzione (Economia è quasi completamente inagibile, al Politecnico piove nei corridoi).
Una città nella quale una scuola viene svenduta e demolita per fare posto ad un fast food.
Una città nella quale perfino un progetto di autobus (le due linee BRT) diventa motivo di faida, una guerra civile fra sostenitori della mobilità pubblica e commercianti che gridano al disastro.
Una città nella quale non si è veramente uniti nemmeno quando si trova l’unanimità (come quando in Consiglio Comunale si è votato per chiedere un ricorso contro il dissalatore sul fiume Tara che non verrà mai depositato).
Una città nella quale un festival operistico dedicato al più grande personaggio della cultura tarantina rischia di chiudere per mancanza di aiuto da parte delle istituzioni cittadine.
Ma anche…
Una città nella quale finalmente si ricomincia a passeggiare fra i vicoli della città vecchia.
Una città nella quale su Instagram si condividono fino allo sfinimento foto di spiagge e tramonti, mentre qualche anno fa si condividevano solo ciminiere.
Una città nella quale vedere una nave da crociera non è più un evento da prima pagina.
Una città che ha finalmente tributato la massima onorificenza (la cittadinanza onoraria) al presidente del prestigiosissimo Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia.
Una città nella quale ormai ogni settimana ci sono tour degli ipogei, pubblici e privati, che vanno regolarmente sold-out.
Una città che sempre più spesso vede le troupe delle tv nazionali che vengono a raccontare le sue bellezze naturali e storiche.
Una città nella quale sta nascendo il primo santuario dei cetacei di tutto il Mediterraneo.
Una città che, fra mille problemi, si appresta ad ospitare atleti da tre continenti per una competizione che si spera sia segno di pace in un mondo che torna ad essere dilaniato dalla violenza fisica, politica e filosofica.
Insomma, per farla breve, forse prima che il cordone ombelicale che lega la fabbrica alla città sia reciso nella vita reale, è opportuno che lo recidiamo noi per primi nella nostra testa.
Per rilanciarsi Taranto non ha per forza bisogno che si chiuda l’Ilva. Non serve l’Ilva chiusa per salvare la città vecchia, né per migliorare la viabilità e nemmeno per ampliare l’offerta formativa.
Viene da pensare, piuttosto, che la presenza della fabbrica (che, diciamocelo chiaramente, occupa, produce e inquina una frazione di quanto faceva anche solo qualche anno fa) sia un comodo alibi per tutti per non scommettere sulla città. Per giustificare a sé stessi che “darsi da fare, non ne vale la pena, tanto le cose non cambiano”. Peccato, però, che non sia vero, e lo dimostrano molte delle cose elencate più sopra. Qualcuno ha avuto il coraggio di scommettere sulla città. E io, che cosa faccio per Taranto?
Foto Davide Cardellicchio, dal gruppo Facebook “Taranto fuori dal web”

Caro amico mio, ti rinnovo i complimenti per i tuoi interessanti spunti di riflessione su questa nostra bellissima e sfortunata città. Bellissima lo è per davvero, sfortunata lo è da sempre per la sua strategica collocazione geografica.
Noi sognatori possiamo fare ben poco per cambiare questa situazione, ma per nostra fortuna non demordiamo e speriamo comunque, che alla fine cambi qualcosa.
Descrizione dell’immaginario perfetta. Purtroppo è un mondo difficile da fare diventare realtà.