Albergo di lusso a Palazzo D’Ayala: che ne pensa Majorano?

Un uomo con il cappello alla borsalino, intento a contemplare un palazzo nobiliare di Taranto vecchia. Borbotta alcune frasi in dialetto, spesso incomprensibili, sorridendo sotto i baffetti.

L’hanno visto aggirarsi nottetempo in via Paisiello nelle notti d’agosto, al chiarore della luna piena, nei pressi di Palazzo D’Ayala: don Alfredo Nunziato Majorano, “tarandine de le cozze”, patito di storia e tradizioni della nostra città. Talvolta era sottobraccio a una signora minuta, cui si rivolgeva affettuosamente chiamandola ‘Donna Elena”, la sua amata consorte: Elena Spinelli. Era l’imprescindibile sostegno nella sua instancabile attività di ricercatore di testimonianze del vissuto locale, fra recipienti, marionette, quadri, riproduzioni di paesaggi, utensili della vita quotidiana e tant’altro ancora. La donna spesso protestava per gli scatoloni pieni di quella roba che ingombravano le stanze, spesso rendendo difficile il passaggio. Don Alfredo la rincuorava:Vedrai che bel museo allestiranno con tutti questi reperti. Me l’ha promesso ‘u sinneche’ Guadagnole in persona, che, anzi, sta provvedendo all’acquisto degli arredi”. Questi e altri ricordi venivano sciorinati da don Alfredo all’amata consorte. “Vedrai che prima o poi lo faranno. Hanno messo già la targa con la dicitura: Museo Etnografico Alfredo Majorano.

E mentre parlava, indicava il prestigioso edificio in via Paisiello, che, come scrive Wikipedia, “nel 1981 fu sottoposto alle disposizioni di tutela del patrimonio artistico dalla Soprintendenza ai Monumenti e nel 1982 fu espropriato dal Comune, onde consolidarne le strutture, restaurarne gli interni e destinarlo a sede del Museo etnografico Alfredo Majorano”.

“No’ vide? L’honne scritte pure su indernet, o come cacchie se chiame. No’ me l’hagghie ‘nvendate ije!“ – esclamò don Alfredo.

“Come no! E u‘ ciucce ste vole!, marite mije. Quand’anne honne passate e angore stè accussì? Dèstati, su! ‘U palazze stè tutte ‘na ruvine e aqquà fore, quanta muscitjie! – incalzò spazientita donna Elena, indicando i cumuli di rifiuti abbandonati sullo spiazzo antistante.

Nel mentre il dialogo s’infervorava, ecco giungere un gruppetto di uomini, ‘tutt’elegande e azzemmàte’, i cantori della Taranto che fu: don Diego Marturano (guai a negargli tale titolo, anche da… spirito), Jangiuline Fanelli, Catàvete Acquavive, Claudio De Cuia ‘u prufessòre’, Giuseppe Cravero, Emilio Consiglio assieme al libraio Salvatore Mazzolino.

“V’honne cacciàte d’u Paravise?” – chiese loro don Alfredo, a stento trattenendo la risata. Don Diego avrebbe voluto dargli una lezione, bastonandolo ben bene, come talvolta in via D’Aquino minacciava i poeti in disaccordo con lui, ma si trattenne in quanto gli spiriti ‘per bene’ non lo fanno.

“Ma vide ce te stè citte, na bona vote. Angore tìne speranze p’u D’Ayale? Accuntendete d’u Pantaleje, addò honne fatte ‘u museije tue” – disse ‘’u prufessore’, con la sua solita irruenza.

“Ma piccè? Aqquà hagghi’a stà ije. Nah, vedìte, ste pure ‘a targhe” – protestò don Alfredo, ricordando anche i bei servizi televisivi sul D’Ayala, specialmente la diretta di alcuni anni fa su “Uno Mattina’, con tanto di intervento della banda della Marina.

“Ce prescijezze!” – esclamò don Alfredo, che per l’orgoglio si gonfiava tanto da sembrare un tacchino (ammesso che gli spiriti possano farlo) .

“Honne passate quarand’anne, angore t’a rassegnà? – intervenne Consiglio – Nijende cchiù museo, qui faranno l’albergo di lusso.

“Ma ‘u sinneche Guadagnolo me l’avève prumesse…”

“Da mò ca se n’ha sciùte Guadagnole? Osce stè Bitette e ha date ‘a nutizie a tutte le giurnale, pure sul ‘Corriere del Paradiso’ che così titolava: ‘Albergo di lusso in via Paisiello” – aggiunse Mazzolino.

”E viste ca t’honne pegghiate pe fesse? Ma accom’ hagghi’a ffà cu teije?” fece la moglie, strattonando il marito ancora incredulo.

Don Alfredo non riusciva ancora a capacitarsene. Rimase in silenzio sconsolato, finchè don Diego prese per mano i due coniugi, invitandoli alla rappresentazione de ‘Il matrimonio di Rosa Palanca’ al ‘Teatro fra le nubi’, con i migliori attori tarantini di tutti i tempi.

La comitiva fu vista sparire nel cielo di Taranto che s’illuminava dei colori dell’alba. “Ma no’ spicce a quà” furono le ultime parole udite da don Alfredo, mentre da lassù rivolgeva, amareggiato, lo sguardo all’amata Città Vecchia.

Author: Angelo Diofano

Giornalista pubblicista da 40 anni, è stato per circa trent’anni giornalista del 'Corriere del Giorno', storica testata tarantina non più in edicola, occupandosi di cronaca cittadina, tradizionali popolari, cultura e spettacoli. Ha collaborato con il periodico nazionale Bell’Italia, con Corriere del Mezzogiorno, Voce del Popolo, Corriere di Taranto e altre testate cittadine. Ha pubblicato diversi libri su storia locale e tradizioni popolari. Attualmente scrive per Buonasera24 e, da quarant’anni, per il giornale dell'Arcidiocesi di Taranto Nuovo Dialogo.

2 thoughts on “Albergo di lusso a Palazzo D’Ayala: che ne pensa Majorano?

  1. Gianni Palumbo says:

    Condivido molte delle preoccupazioni espresse in un post in altra chat che lamenta come scippo la trasformazione di un palazzo storico in un hotel di lusso e condividi soprattutto il senso di frustrazione per una città che sembra sempre più spettatrice del proprio destino. È vero: Taranto ha subito ferite ambientali e ora rischia di veder svenduto anche il proprio patrimonio storico. È legittimo chiedersi se un hotel di lusso sia davvero ciò di cui ha bisogno una città che fatica a trattenere i suoi giovani e a costruire un’identità turistica solida.

    Tuttavia, credo sia importante non cadere nella trappola del “tutto contro” o del “tutto a favore”. La questione non è se un palazzo storico debba diventare un hotel, ma come debba farlo. Se il progetto è pensato con superficialità, senza rispetto per la storia e senza coinvolgimento della comunità, allora sì: è uno scippo. Ma se invece si tratta di un recupero intelligente, che valorizza l’edificio, lo rende accessibile e lo inserisce in un piano più ampio di rilancio culturale, allora può essere un’opportunità.

    La mia proposta: convergenza tra tutela e sviluppo

    Taranto non ha bisogno di una “cattedrale nel deserto”, anzi già rischiamo di averne, ma di un ecosistema urbano che metta in rete cultura, turismo, economia e cittadinanza. Ecco cosa propongo:

    1. Funzione mista degli edifici storici
    – Parte dell’edificio destinata all’accoglienza turistica (hotel, B&B, residenza d’artista)
    – Parte aperta al pubblico: museo, spazio espositivo, sala conferenze, eventi culturali

    2. Governance partecipata
    – Coinvolgimento delle associazioni culturali locali nella progettazione e gestione
    – Trasparenza nei bandi e nei fondi pubblici utilizzati

    3. Turismo culturale integrato
    – Creazione di itinerari tematici: Magna Grecia, archeologia industriale, tradizioni marinare
    – Collaborazione con guide locali, scuole, università

    4. Esempi virtuosi
    – Matera: ha trasformato i Sassi in strutture ricettive mantenendo l’identità storica
    – Lecce: ha saputo coniugare barocco, ospitalità e vivacità culturale
    – Palermo – Palazzo Butera: restaurato e aperto al pubblico, con eventi e mostre
    Taranto può essere competitiva, ma serve una visione. Non basta restaurare un palazzo: bisogna restaurare il senso di appartenenza. E questo si fa solo se la città smette di essere oggetto di decisioni calate dall’alto e diventa soggetto attivo del proprio futuro.

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