Se alziamo lo sguardo dalle nostre vicende polverose, il Mondo ci dà segnali che si può, e si deve, sperare ancora.
Negli ultimi giorni a Taranto si respira aria pesante. Aria di disillusione. È un odore che conosciamo bene ed è forse il più pesante dei fumi che la grande industria giornalmente scarica sopra le nostre teste.
Forse, allora, è il caso di sollevare un attimo lo sguardo. Forse, allora, è il caso di togliere gli occhiali da lettura e aprire il nostro orizzonte alla luce che arriva, da lontano ma anche da vicino.
Le immagini provenienti da Roma, dove un milione di giovani si sono radunati per celebrare insieme con il Papa il Giubileo a loro dedicato, ci impongono un cambio di prospettiva.

Chi non ha mai preso parte ad una Giornata Mondiale della Gioventù (quella di quest’anno non lo era, ma solo formalmente) difficilmente può comprendere la portata di un evento del genere. Una città letteralmente invasa di giovani armati solo di canti e di preghiera. Nient’altro. Una città piena di bandiere che, per una volta, non sono uno strumento di contrapposizione (nemmeno sportiva), ma di dialogo e di scambio. Letteralmente. Nel senso che, per tradizione, si tende a scambiarsele fra gruppi di Paesi diversi, per conservare un ricordo dell’esperienza da riportare a casa.
Forse fatichiamo a renderci conto di quanto sia rivoluzionario un fatto del genere, in un’epoca in cui il mondo torna a dividersi in blocchi, in cui tornano in auge espressioni che speravamo di aver dimenticato come “l’Occidente”, o “il mondo libero”. Un continuo “noi e loro” che a Roma, in questi giorni, è stato spezzato. Ed è stato spezzato proprio da quella generazione che quotidianamente subisce gli strali (social) di chi “Eh, ma state solo al telefono”, “Eh, ma non sapete lottare come facevamo noi”, “Eh, ma noi alla vostra età”. Questa generazione di fannulloni ha preso treni, aerei, pullman, si è accampata nei modi più improbabili, ha camminato, ha sudato, ha cantato, tutto per riunirsi a pregare; anche e soprattutto per la pace. Una pace non solo invocata, ma praticata in prima persona.
L’altra cosa di cui si parla tanto in questi giorni, qui a Taranto, sono i destini del calcio locale. E allora come non pensare a quante volte, per partite infime in categorie ancor più infime, sono bastate poche centinaia di tifosi per mettere a ferro e fuoco intere città? Senza contare i disordini che puntualmente accompagnano ogni incontro dei grandi club… Qui, invece, un milione di giovani ai quali gli odiatori di professione riescono ad imputare al massimo di aver intasato i mezzi pubblici… E mentre un lavoratore esasperato per i ritardi arriva a prendere a calci i pellegrini per non farli salire sulla metro, loro rispondono cantando.
Non è forse questa, la vera rivoluzione?
25 anni fa, in quella stessa spianata di Tor Vergata dove Papa Leone ha accolto i pellegrini da tutto il mondo, Giovanni Paolo II aveva detto: «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!»
E allora, qualsiasi sia il nostro rapporto con Dio e con la Chiesa, preghiamo che quei giovani, spargendosi nuovamente nel mondo da cui sono venuti, possano davvero metterlo a fuoco.
Fra di loro, anche cinquanta tarantini. Forse, il seme di una città nuova.

Foto di apertura: ©Massimo Sestini/Polizia di Stato
