Cosa c’entrano Trump e Putin con le dimissioni di Bitetti

La partita sull’ex-Ilva va molto, molto oltre i confini di Taranto…

Va bene, il titolo è un po’ forte e volutamente provocatorio.

Ma non troppo in realtà.

Sì, c’è anche lo zampino di Donald Trump nell’infinita vicenda dell’ex-Ilva, anche se il Presidente americano molto probabilmente non lo sa nemmeno.

Decarbonizzare sì, ma come?

Facciamo un passo indietro. Sono ormai infiniti anni che a Taranto si discute di decarbonizzazione. Della possibilità, cioè, di alimentare i forni per la produzione di acciaio con un combustibile differente dal tradizionale carbone, economico, affidabile ma spaventosamente inquinante.

Il progetto alla base dell’Accordo di Programma presentato dal Governo prevede, dunque, la realizzazione di forni elettrici e di tre impianti per la produzione del pre-ridotto (DRI). Questi ultimi dovrebbero essere alimentati a gas.

Da dove lo prendiamo, questo gas?

Il problema, però, non è risolto ma solo spostato. Una volta “sostituito” il carbone col gas (i tecnici ci perdoneranno l’imprecisione, ma serve solo per capirci) bisogna infatti capire dove prendere il gas. In Italia, come è noto, qualche giacimento c’è, ma neanche lontanamente sufficiente per coprire il fabbisogno nazionale, figuriamoci per alimentare anche la più grande acciaieria d’Europa…

Quando il gas russo era ancora buono

Finora la maggior parte del gas l’Italia (e l’Europa in generale) l’ha acquistato dalla Russia. Anzi, nel 2021 una delle ultime conquiste della cancelliera tedesca Merkel era stata proprio la conclusione dell’accordo per il completamento del gasdotto Nord Stream 2 che avrebbe condotto ancora più gas russo nelle case e nelle fabbriche d’Europa.

Poi, però, è arrivata l’invasione dell’Ucraina e, con essa, l’irremovibile volontà dei governi europei di “farla pagare al dittatore russo” smettendo di acquistare il suo gas (cosa, poi, nemmeno così vera ed immediata, in realtà). Privandosi volontariamente del gas russo, però, l’Europa si è trovata ad aver bisogno di alternative. Prontamente offerte dai sempre amichevoli Stati Uniti d’America

Gli USA e il gas da trasportare via mare

Si dà il caso, infatti, che gli USA abbiano perseguito da decenni una politica di indipendenza energetica e che dispongano di considerevoli quantità di gas naturale da poter vendere ai cugini europei.

Ora, si dà anche il caso che il presidente Trump avesse minacciato dazi al 30% sulle merci europee e che la Commissione Europea sia stata impegnata in una trattativa per scongiurare questo rischio…

La promessa di Von Der Leyen

Per far scendere al 15% la tariffa imposta da Trump alle merci europee importate in America, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha dovuto fare alcune promesse alla Casa Bianca. Nel comunicato diramato dalla stessa Von Der Leyen al termine delle trattative si trova un capoverso decisamente interessante:

We will also increase our energy cooperation. Purchases of US energy products will diversify our sources of supply and contribute to Europe’s energy security. We will replace Russian gas and oil with significant purchases of US LNG, oil and nuclear fuels.

Ursula Von Der Leyen, presidente Commissione Europea

Incrementeremo anche la nostra cooperazione energetica. L’acquisto di prodotti energetici statunitensi diversificherà le nostre fonti di approvvigionamento e contribuirà alla sicurezza energetica dell’Europa. Rimpiazzeremo il gas e il petrolio russi con significativi acquisti di Gas Naturale Liquefatto, petrolio e combustibili nucleari statunitensi

Traduzione nostra

Insomma, per evitare la stangata tariffaria, tocca comprare gas dagli USA. Tanto gas.

Taranto e la nave rigassificatrice

Il gas americano, per essere trasportato attraverso l’Atlantico, deve essere portato allo stato liquido, caricato sulle navi gasiere e, una volta a destinazione, rigassificato (cioè, ricondotto allo stato gassoso). Ciò può avvenire attraverso l’utilizzo di navi rigassificatrici (per il cui funzionamento rinviamo alla chiara spiegazione di Geopop).

Per niente casualmente, allora, il progetto di decarbonizzazione proposto dal Governo prevede proprio la presenza di una nave rigassificatrice nella rada di Mar Grande.

Proprio su questo punto la politica tarantina si è messa di traverso (ne parlammo qui). La nave rigassificatrice, infatti, è vista da molti come una nuova fonte di inquinamento nonché come un freno definitivo al ritorno del traffico merci all’interno del porto, dato che le compagnie tendono a voler evitare la vicinanza dei propri carichi con un impianto di questo genere.

Un gioco su due tavoli

A questo punto, in molti hanno chiesto alla politica cittadina, e in particolare al sindaco Bitetti, un ostruzionismo su questa eventualità (il Governo, peraltro, aveva fatto sapere che la nave rigassificatrice si sarebbe potuta collocare tranquillamente a Gioia Tauro, portandosi appresso, però, i tre impianti DRI e circa 3000 posti di lavoro).

Ma qui le cose cambiano.

Perché se il Governo con una mano (il Ministero delle Imprese e del Made in Italy) offre una decarbonizzazione alimentata con gas made in USA, con l’altra (il Ministero dell’Ambiente) autorizza per i prossimi dodici anni una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno a ciclo integrale a carbone. Vale a dire, come si è prodotto dagli anni ’60 ad oggi. Nonostante l’opposizione di tutti gli enti locali.

Insomma, la città è davanti ad un bivio: o mangi questa minestra (accetti la decarbonizzazione con nave rigassificatrice e gas made in USA che comunque dobbiamo usare da qualche parte perché lo abbiamo promesso a Trump) o salti dalla finestra (si continua a produrre come prima alla faccia del progresso).

Raccontata così, siamo sicuri che il Palazzo sotto cui urlare fosse quello giusto?

Foto: © European Union, 2025, CC BY 4.0 

Author: Alessandro Greco

Docente di Italiano e Storia e giornalista pubblicista. Dal 2015 collabora con "La Vita in Cristo e nella Chiesa", fra le più autorevoli riviste italiane di liturgia, con contributi principalmente sul mondo giovanile e sulla Letteratura (con articoli tradotti all'estero). In passato ha scritto per Nuovo Dialogo e soprattutto per il CorrierediTaranto.it, per il quale è stato prima cronista sportivo e poi cronista politico, sino al 2022. Ha collaborato brevemente anche con "L'Edicola del Sud". È co-autore del documentario in dieci puntate "Taranto, la città nella città - Guida ai vicoli per tarantini distratti (e turisti curiosi)".

1 thought on “Cosa c’entrano Trump e Putin con le dimissioni di Bitetti

  1. Claudio Sabatelli says:

    Come avevo già scritto appena saputo dell’accordo tra Trump e L’Europa,che far funzionare i forni elettrici con il gas era la conseguenza di questo accordo , finalmente ho un altro personaggio che la pensa come me

    Rispondi

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