Ci vuole passione per riportare i giovani tarantini a teatro

Il sipario è aperto, ma per conquistare i giovani non basta mettere in scena uno spettacolo: bisogna abbattere i pregiudizi e costruire nuove occasioni di incontro con il teatro.
Le temperature si abbassano e il caldo estivo, nonostante l’instabilità climatica che ci attanaglia, sembra ormai alle spalle. Si ritorna alla routine quotidiana, alle giornate scandite da impegni e incombenze ma anche da piccoli piaceri, per ciascuno diversi.
Per chi scrive, come per molti altri, l’arrivo dell’autunno coincide con l’attesa di un momento particolarmente lieto: la presentazione delle nuove stagioni teatrali. È un appuntamento che si rinnova ogni anno e che già si percepisce all’orizzonte quando le giornate iniziano ad accorciarsi. Cresce la curiosità di scoprire quali spettacoli saranno proposti, quali artisti saliranno sul palco e quali occasioni di incontro e riflessione offrirà il nuovo anno artistico.
Per lungo tempo Taranto si è portata dietro la fama di città poco stimolante dal punto di vista culturale, spesso descritta come un luogo in cui le opportunità di fruizione risultano limitate. Eppure, a ben guardare, questa rappresentazione appare oggi sempre meno aderente alla realtà; certamente molto resta ancora da fare, ma è innegabile che negli ultimi anni il panorama cittadino si sia progressivamente arricchito, ampliando le possibilità di scelta.
Se ci si concentra sul contesto teatrale, emerge un quadro articolato, caratterizzato dalla presenza di realtà differenti per vocazione, programmazione e pubblico di riferimento: il Teatro Fusco e il Teatro Orfeo, per esempio, sono l’ideale per chi desidera assistere a grandi produzioni, con interpreti noti; il TaTÀ, sede del Crest, offre invece uno spazio privilegiato per chi predilige il teatro di ricerca e la sperimentazione; il Turoldo e il Tarentum, invece, mantengono viva la tradizione delle rappresentazioni in vernacolo. A completare il quadro contribuisce l’Associazione Amici della Musica “Arcangelo Speranza” che, oltre a organizzare il Giovanni Paisiello Festival da ventiquattro anni, ha una sua stagione concertistica.
Un’offerta che consente dunque di avvicinarsi alle arti performative attraverso linguaggi, generi e modalità di fruizione differenti, con possibilità di spesa altrettanto diversificate. Una varietà che costituisce un valore importante per la città e che potrebbe rappresentare il punto di partenza per un coinvolgimento sempre più ampio della cittadinanza nella vita culturale.
Eppure, chi frequenta con una certa regolarità questi spazi avrà notato un elemento ricorrente: la presenza degli spettatori più giovani appare spesso limitata. Al di là delle differenze tra le singole stagioni, si ha talvolta l’impressione che il pubblico sia composto prevalentemente da persone adulte e anziane, mentre le nuove generazioni rimangono ai margini di occasioni che pure potrebbero offrire loro esperienze significative di crescita, scoperta e condivisione.
Fare polemica spicciola, attribuendo la colpa ai social, alle piattaforme e alla presunta perdizione delle nuove generazioni, costituirebbe un errore madornale, oltre che indice di grande superficialità. Il problema, infatti, risiede soprattutto nella convinzione diffusa – non soltanto tra i giovani, ma anche tra coloro che, più in generale, non osano avvicinarsi al teatro – che quest’ultimo sia un’entità monolitica, stereotipata e anacronistica, incapace di porsi in dialogo con la contemporaneità.
Tale reticenza deriva sicuramente dalla scarsa conoscenza dell’offerta disponibile, dall’assenza di abitudini culturali consolidate e dalla mancanza di occasioni in cui sperimentare, senza timori o pregiudizi, il valore di uno spettacolo dal vivo.
Per questo motivo, non è sufficiente programmare spettacoli rivolti ai giovani o applicare tariffe agevolate nella speranza che il pubblico under 30 risponda spontaneamente. È necessario, piuttosto, investire in veri e propri progetti di formazione di pubblico, capaci di costruire nel tempo un rapporto stabile tra le nuove generazioni e le istituzioni culturali del territorio.
Un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto dalle scuole e dalle università, attraverso collaborazioni continuative con i teatri cittadini. Non soltanto matinée o biglietti a prezzo ridotto, dunque, ma percorsi strutturati che accompagnino gli studenti prima, durante e dopo la visione di uno spettacolo: incontri con attori, registi e drammaturghi, laboratori di scrittura e recitazione, momenti di confronto e approfondimento potrebbero infatti contribuire a rendere il teatro meno estraneo, favorendo una fruizione più consapevole e partecipata. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente portare una classe in sala, ma offrire ai ragazzi gli strumenti per comprendere ciò che vedono e sviluppare un proprio punto di vista.
Anche la collaborazione tra le diverse realtà culturali cittadine potrebbe rivelarsi decisiva: in una città che dispone di spazi e proposte differenti, fare rete significherebbe valorizzare le specificità di ciascun soggetto e, allo stesso tempo, costruire percorsi comuni di avvicinamento alle arti.
Naturalmente, la formazione del pubblico non può esaurirsi in un progetto occasionale né produrre risultati immediati. Richiede continuità, risorse, collaborazione tra operatori culturali e istituzioni e, soprattutto, la consapevolezza che la partecipazione culturale si costruisce nel tempo. Richiede anche di superare una visione del pubblico giovane come destinatario passivo di iniziative già definite, riconoscendogli invece la possibilità di essere interlocutore e parte attiva del processo.
In questo senso, Taranto potrebbe trovare proprio nella varietà della propria offerta un punto di forza: la presenza di teatri con identità diverse, insieme alle realtà musicali e alle altre associazioni culturali del territorio, costituisce una base preziosa da cui partire per sperimentare nuove forme di collaborazione e partecipazione. La sfida non consiste soltanto nell’aumentare il numero degli spettatori, ma nel fare in modo che il teatro entri stabilmente nelle abitudini culturali delle nuove generazioni, diventando un luogo riconosciuto di incontro, confronto e crescita. Perché una città culturalmente vivace non si misura soltanto dalla quantità e dalla qualità degli spettacoli che riesce a offrire, ma anche dalla capacità di trasmettere il desiderio di tornare in sala.
A questo punto, l’auspicio è che l’attesa per le nuove stagioni possa diventare, per Taranto, anche l’occasione per interrogarsi sul futuro del proprio pubblico. E forse è proprio da qui che occorre ripartire: dalla convinzione che educare alla cultura non significhi imporre un interesse, ma creare le condizioni affinché possa nascere, essere coltivato e, con il tempo, trasformarsi in una passione.

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